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Piazza Alimonda 44°24′13.86″N 8°57′15.40″E / 44.40385, 8.954278 è una piccola piazza del quartiere Foce che divide in due via Caffa nel suo percorso da via Tolemaide a piazza Niccolò Tommaseo 44°24′8.01″N 8°57′14.52″E / 44.402225, 8.9540333. Via Caffa è lunga in tutto circa 250 metri: 90 da via Tolemaide a piazza Alimonda, circa 60 sulla piazza (della quale costituisce il lato più esteso) e poco più di 100 da piazza Alimonda (angolo via Ilice) a piazza Tommaseo. Perpendicolare a via Caffa è via Giovanni Tomaso Invrea, che collega la parte alta di via Giuseppe Casaregis, parallela a via Caffa, con Piazza Alimonda. Dalla parte opposta, dietro la chiesa che si affaccia sulla piazza, collegata da via Ilice e via Odessa, corre via Crimea.

Come testimoniato da alcune fotografie scattate verso le 15:00 del 20 luglio da un balcone su via Caffa, verso via Tolemaide, nella piazza, affollata da numerosi passanti e manifestanti di passaggio, la situazione era tutto sommato tranquilla. Ma, poco dopo le 15.00, iniziò il lancio di lacrimogeni da parte dei carabinieri, da via Invrea, verso i manifestanti in piazza. In diversi punti furono posti cassonetti dei rifiuti al centro della strada per rendere difficoltoso il movimento dei mezzi; di fronte ad uno di questi cassonetti si fermò l'auto dei carabinieri da cui fu successivamente sparato il colpo di pistola contro Giuliani.

Attorno alle 16:00 carabinieri e polizia iniziarono le cariche ed i pestaggi nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe e, grazie anche all'aiuto di numerosi mezzi, riuscirono a prendere il controllo dell'area. Un filmato ripreso dalla telecamera posta nel casco di un carabiniere, e presentato agli atti nel procedimento aperto dalla magistratura genovese in relazione alla morte di Giuliani, mostra un gruppo di carabinieri picchiare un manifestante rimasto isolato e poi trascinarlo a terra come un sacco insanguinato da via Crimea a via Ilice e per circa ottanta metri sino in piazza Alimonda. In quei frangenti giungeva in piazza, da via Invrea, il Defender con a bordo l'allora tenente-colonnello dei carabinieri Giovanni Truglio, comandante dello stesso reparto cui apparteneva Placanica. Il manifestante ferito fu prelevato da un'ambulanza verso le 17:00.

Poco dopo le 17, la compagnia del CCIR Echo dei Carabinieri, sotto il comando del capitano Claudio Cappello e con la direzione del vicequestore aggiunto Adriano Lauro, seguita da due Land Rover Defender, ferma insieme ad altre forze di polizia tra via Caffa e Piazza Tommaseo, attraversò i 200 metri di via Caffa e caricò parte dei manifestanti che erano nell'incrocio con via Tolemaide (dove stavano avvenendo gli scontri) protetti da barricate improvvisate.

Secondo la versione ufficiale la carica era stata effettuata per timore che i manifestanti, che avrebbero iniziato ad avanzare facendosi scudo con alcuni cassonetti rovesciati, attaccassero il gruppo delle forze dell'ordine. In alcune foto relative alla costruzione di questa barricata compare Carlo Giuliani. Secondo le ricostruzioni basate su numerose fotografie della piazza e testimonianze, effettuate da comitati e associazioni vicine ai manifestanti, i carabinieri si sarebbero preparati a caricare senza che ci fosse stato alcun segno di ostilità da parte dei manifestanti.

Durante le inchieste su quei giorni si è fatto notare che questa carica precludeva ogni possibile via di fuga ai manifestanti (a parte l'impossibile manovra di tornare indietro lungo via Tolemaide verso le cariche delle altre forze dell'ordine). Infatti alcuni manifestanti, vistasi preclusa ogni via di fuga, avevano cercato di contrattaccare le cariche della polizia per farsi strada nella direzione opposta.

Fasi preliminari alla morte di Carlo Giuliani

Arrivati allo scontro, le decine di carabinieri impiegati (dalle foto e dalle testimonianze circa 70) non furono però in grado di disperdere i manifestanti e, alla reazione di questi, indietreggiarono precipitosamente inseguiti dai manifestanti, verso l'inizio di via Caffa, dove era schierato un intero reparto della Polizia di Stato dotato di molti mezzi.

Durante i processi, sulla presenza dei due Defender, Cappello affermò che "vi fu un arretramento disordinato. Io non mi sono reso conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non c'era alcun motivo operativo".

L'assalto al Defender

In questa ritirata una Land Rover Defender dei Carabinieri, con tre giovani militari a bordo (l'autista Filippo Cavataio di 23 anni, Mario Placanica carabiniere ausiliario - di leva - di 20 anni e il coetaneo e collega Dario Raffone), restò temporaneamente bloccata di fronte ad un bidone dei rifiuti mentre stava attraversando Piazza Alimonda (secondo la testimonianza dell'autista a causa di una manovra errata dell'altro mezzo e, sempre a suo dire, per l'asserito spegnimento del motore).

Una quindicina di persone, appartenenti al gruppo che dopo la carica fallita stava inseguendo i carabinieri in ritirata fin nella piazza, attaccarono il mezzo che fu danneggiato a tergo e dal lato destro, con pietre, bastoni, una palanchina di legno e un estintore. Alcuni media mainstream in un primo tempo parlarono di centinaia di persone intorno al mezzo, stima che tuttavia era superiore alla consistenza stessa del gruppo di manifestanti caricato in via Caffa.

I carabinieri Placanica e Raffone furono feriti dagli assalitori. Placanica al viso da pietre.

L'aggressore con la palanca, M.M. dichiarerà al magistrato: "il rumore era assordante ed io trovata a terra una trave, cominciai a colpire il tetto del mezzo; l’ultimo colpo lo diressi all’interno del mezzo il cui finestrino posteriore destro era già frantumato. Vidi per un attimo il volto del carabiniere che era posizionato nella mia direzione ne colpii la sagoma, poi lo vidi accucciarsi. Mentre avveniva tutto ciò la gente intorno urlava frasi di disprezzo e minaccia nei confronti dei CC quali: "bastardi, vi ammazziamo""

L'assalto al mezzo fu documentato da diversi filmati e numerose foto (il tutto successivamente acquisito dalla magistratura).

La morte di Carlo Giuliani

Uno degli aggressori raccoglie un estintore e lo scaglia contro il mezzo. L'estintore colpisce l'intelaiatura del finestrino della porta posteriore del mezzo e rimane appoggiato tra la carrozzeria e la ruota di scorta: dall'interno uno degli occupanti lo colpisce con un calcio, facendolo rotolare a terra, in direzione di un manifestante con il volto coperto da un passamontagna, più tardi identificato nella persona di Carlo Giuliani, che in quel momento si trova a diversi metri dal Defender, in direzione di via Tolemaide.

Questi solleva da terra l'estintore e fa per dirigersi, con l'estintore sollevato, verso la parte posteriore del Defender ma viene immediatamente colpito da un colpo d'arma da fuoco.

Il carabiniere Mario Placanica si dichiarerà in seguito responsabile dello sparo. Placanica ha dichiarato di aver sparato due colpi in aria, uno dei quali ha colpito Giuliani. L'altro proiettile colpì il muro a destra della chiesa in piazza Alimonda, lasciandovi un segno individuato solo dopo alcuni mesi.

Giuliani cadde a terra in fin di vita (secondo l'autopsia ed in base ai filmati che ne mostrano il sangue zampillante morirà diversi minuti dopo) e venne investito due volte dal mezzo che era riuscito a ripartire e si allontanava dalla piazza mettendo in salvo i carabinieri: la prima volta in retromarcia, la seconda a marcia avanti. Quando, dopo circa mezz'ora, il personale medico di un'ambulanza arrivò in soccorso, Giuliani era già morto, senza aver ricevuto alcun soccorso dalle Forze dell'Ordine che immediatamente dopo la sua caduta a terra rioccuparono la piazza e lo circondarono. L'evento, documentato da diversi filmati e da numerose fotografie, venne trasmesso da molte stazioni televisive in tutto il mondo, rendendo evidente il drammatico livello di violenza raggiunto dagli scontri di Genova.

Un reporter di Repubblica e un medico giunti sul posto subito dopo il fatto notano il bossolo di un proiettile vicino al corpo, ma quando lo mostrano ai carabinieri presenti la morte di Giuliani è ancora ritenuta dovuta al colpo con un sasso e, stando a quanto riportato dalla testimonianza del cronista, questi sembrano identificare il bossolo come uno di quelli risultanti dal lancio dei gas lacrimogeni. Il cronista raccoglierà il bossolo e lo consegnerà pochi minuti dopo ad un ispettore di polizia sopraggiunto ed avvertito del ritrovamento. Il bossolo verrà identificato poche ore dopo come proveniente dal tipo di pistola in dotazione a Mario Placanica.

Secondo il consulente tecnico del P.M., la distanza tra il Giuliani e l'arma da fuoco veniva valutata a

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